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LAVORARE PER L'INCERTO;
ANDARE PER MARE; 
CAMMINARE SU UNA TAVOLA 

 

conversazione con Valére Novarina/Philippe Di Meo

 

Philippe Di Meo - Da cfoi/e vengono i suoi titoli?

Valére Novarina - "Lavorare per l'incerto; andare per mare; camminare su unatavola.". E' una frase di Pascal. Sono un ladro di titoli: Le Drarne de la vie vieneda Restif, Le Discours aux animaux da Descartes, Le Babil des classesdangereuses da Lorédan Larchey. La frase di Pascal l'ho letta settimana scorsa.

Mi è ronzata in testa quasi una notte intera: diciassette sillabe luminose eincomprensibili. Ci sono delle frasi così, a volte, che ci piacciono al punto divolerle incidere sui sassi, tatuarle sul braccio, sceglierle per la nostra tomba.Come pietre da rimuginare nello spirito, da rigirare in tutti i sensi. Missili, nucleid'energia, lampi in lingua straniera. "Tolle, lege", "Mane, thecel, pharès". Daquando ho imparato a leggere, ho navigato a lungo tra le pagine rosa del PetitLarousse. Sono questa parole brevissime, queste massime misteriose udite dabambini a scuotere, a metterci in moto, a farci scrivere, a darci lo slancio per laprima volta. Come nelle danze dei dervisci, è il bacio a un vecchio, a un maestroimmobile che non può più girare a dare l'impulso, a fare aprire le vesti, a farecominciare la gravitazione.

  • - Visibilmente gli scrìtti greggi, l'argot, i neologismi di Artaud, i procedimenti diRoussel hanno svolto un ruolo importante nella genesi della sua scrittura. Cos'hacercato, lì, lontano dalla lingua ufficiale?

- Mi sono sempre fatto un'idea molto poco parigina, libera, innata e itinerantedella nostra lingua francese: lontano dalla scuola, dalla prosa ricercata...

Baudelaire paria a giusto titolo di uno "stile scorrevole, caro alla borghesia". Unrubinetto d'acqua tiepida oggi più che mai aperto. A me piacciono invece glialcolici forti, la prosa a 120 gradi, i fiumi irregolari, i torrenti dalle invettive e daiblocchi strascinati, dal nucleo nero, attraversati da parole sconosciute, relitti nonidentificati. Ho ascoltato molto- quasi imparato- i dialetti, le pariate gergali. Holetto molto i concentratori di energia: Lautréamont, Rabelais, Claudel. Bossuet, Cingrua... Sono i primi che ho veramente amato leggere. Mi ricordano che la mia lingua- che devo disimparare e dimenticare ogni giorno, che non ho mai veramente posseduto- questo francese che si dice, a volte, non accentato, secco, ragionatore e compassato, è una lingua molto invettiva, molto segreta e molto arborescente, fatta per crescere. Molto nativa, molto germinativa. La lingua più bella del mondo, perché è al tempo stesso un greco da circo, un dialetto di chiesa, un latino arabesco, un inglese larvato, un argot di corte, un sassone franato, un piccardo d'oc, un dolce tedesco e un italiano conciso. Un grandeteatro d'ombre, di trasformismi, di varietà ritmate... Ho voluto andare a cercaresotto la lingua, violentarla, sentirla diversamente, farle subire mille trattamenti,martirizzare la sintassi, produrre parole mostruose, farle partorire un'altra, estranea a se stessa.

Ne La tutte des morts ho rincorso una lingua senza ritomo, un apax assoluto,volevo fare un libro in cui non ritornasse nessuna parola, da cui il francese nonritornasse... Ma, in un viaggio, è soprattutto il ritorno che interessa; è lì che ciaspetta il nuovo. Chi ha molta dimestichezza con Rimbaud e Rabelais, è capacedi avere gli occhi che si riempono di lacrime dinanzi a otto sillabe di La Fontaine.

Si è sviluppato l'orecchio, si sa leggere in negativo, cogliere il vuoto nella pittura,vedere il silenzio in concavo nella musica: si ascolta la cavatina, non più le formema ciò che le scava... C'è una bellissima registrazione di Beethoven del quatuorVegh: La Cavatina è situata al posto giusto, appena prima della Grande Fuga. E'quello il loro posto originario. Sono venti minuti di un linguaggio che va piùlontano di tutto, scavato più di ogni altra cosa al mondo. Si vede la musica negativa dietro i suoni.

  • - Mutilato, dilaniato tra mutismo e neologismo, il suo linguaggio è in primo luogoteatro, un teatro rotto da due entità metafisiche - Bocca e Orecchia- intese comefunzioni più che come organi?

- Come poter scrivere qualcosa con delle parole? La lingua è falsa, la linguamente. C'è qualcosa di insopportabile nella letteratura. I libri sono vuoti. Bisognaridare loro vita soffiandoci dentro. E' quello che fa l'attore: ridare vita alle parolemorte. Tutto quello che ho scritto, ho sempre voluto, segretamente, che andassea sposare un respiro, che andasse a incontrare un pariante, qualcuno chechiamasse; che andasse a ancorarsi laggiù, almeno nello spirito. C'è un drammaimprigionato in ogni parola, e il libro lo scioglie; c'è tutto un teatro all'interno, unavoce che parla.

La lettura è una declamazione nella testa. Il teatro è in tutti i miei libri, anchequando non sono fatti per andare sul palcoscenico... A teatro c'è qualcosa disconosciuto che ci aspetta: non ci si entra per vedere con gli occhi, ne persentire comunicare qualcosa, ma piuttosto per ottenere il buio, vedere con leorecchie, sapere di nuovo le domande dei bambini. E' un recinto nel qualeveniamo a vedere l'attore scagliato in scena, da se stesso e di forza,strappandosi a se stesso, sempre come un cieco, uno straniero, un esiliato, e inqualche modo caduto dal suo vero luogo. Parla come un animale stupito diparlare. Andiamo a teatro per avere paura con l'attore, rivivere con lui il nostroingresso qui dentro, nel corpo incomprensibile; respirare attraverso un altro,riprendere il gusto delle parole viventi... L'attore non porta le parole, è la parolache scende su di lui, che viene a cadere nel suo corpo divaricandosi, si divide, siscaglia ai punti cardinali... La lingua viene, sull'attore, a dilaniarsi, a ansimarecon lui, a soffrire di nuovo per lo spazio. Ritorna da dove veniva; perché parlare èfendere la materia, scavare e protestare contro lo spazio, chiamare la venuta diun vuoto. L'attore è primo parlante: un espulso, in traversata. Su una tavola, è lìche si gioca la lingua. Sulle tavole del palcoscenico teatrale, è lì che si annoda, sisnoda il dramma mentale. Come se la danza fosse la vera sede del pensiero.

  • - Da dove sgorga l'energia della frase?

- Da qualcosa di sordo, da ciò che non si sente, da ciò che è nascosto. Nellafrase scritta l'energia viene interamente dalla punteggiatura: si punteggia come sirespira; è quello il segno, è quella la confessione, la malattia specifica diciascuno. Ogni scrittore ha la sua impronta digitale respiratoria, unica, presenteovunque... Nella frase di Pascal: "Lavorare per l'incerto; andare per mare ; camminare su una tavola" i punti e virgola sono magnifici, sono loro che danno ilbalzo, il rischio, il rimbalzo, l'incertezza respirata. Anche in Racine, molto più chei versi- che i professori amano isolare- è la frase intera che conta, l'unità respiratadall'attore, la tensione dell'aria, la tenuta del fiato fino al punto. Il punto, che gliantichi manoscritti arabi indicano con un sole respiratorio. Dove mettete il punto,la virgola, ecco cosa conta: come respirate, fino a dove ritarderete- anche esoprattutto mentalmente- il momento di riprendere aria. Si scrive per farerespirare insieme a sé, per estenuare qualcuno. Una pagina è una traversatarespiratoria, qualcosa da nuotare. Non è soltanto la parola ad essere respirata,ritmata, punteggiata; è il nostro stesso pensiero a procedere così. Ansimando, afolate, a apertura e asfissia. Il pensiero respira. Brucia senza sosta. Non c'ètregua, per noi.

  • - Questo linguaggio trova una coerenza nelle sue ricorrenze e nel suo non-detto.Ovunque le si deportino, le sua trame stagnano attorno a un luogo che è orìginee scomparsa. Non è forse così che lei afferma il movimento genealogico edistruttore della lingua?

- Non posso rispondere a questa domanda; non posso parlare di quel luogo, diquesta distruzione della nascita, di questa morte per nascere... Non si sa dovesia la fine; in che senso si bruci. Sono nato da un buco di morte, come lei- ochiamiamolo un buco di vita... Origine o scomparsa, passo notte e giorno ainterrogarlo; a gettarvi dentro delle parole in un'eco; a sondare tutto questoattraverso il suono; a cercare di vedere dentro attraverso il suono. E' un luogoche si vede soltanto con l'orecchio, un labirinto di cui certe musiche ci dannoun'idea invisibile, un pozzo in cui si gettano sassi... Confesso di essermi sempreinterrogato in modo assai infantile sulla nostra presenza qui. Valére Novarina:cinque anni a vita. Ausculto, interrogo tutte le parole come uno che le senta perla prima volta. Ho sempre scritto non per fare l'intelligente, brillare coi miei simili,ma per imboccare una discesa, abbandonarmi a una povertà. Mi interesso moltoa tutti gli esercizi di estenuazione; c'è anche un non-sapere da imparare. Lanostra intelligenza deve talora allenarsi a mordere un po' la polvere.

  • - Tutte le sue narrazioni sembrano attraversate da una dinamica agonica,sacrificale. E' forse possibile scorgervi una psicomachia tra due pulsionicontradditorie; pulsione genealogica e pulsione neologica?

- Quando si scrive si fa la guerra; è inanzitutto un grande campo di battaglia aaprirsi dentro di sé. Chi lotta contro chi? Cosa contro cosa? Ci si batte senzaconoscere il suo nome, come in riva al Jabocq, il nemico non può dire il proprionome; e è poi il nemico? II mattino si seguita a non sapere contro chi si halottato, ma si ha cambiato nome... Si è il nemico di se stessi, da ogni lato. Ilcampo di battaglia non è interno ne esterno a niente. Battaglie ovunque, ostilitàillimitate... I libri non sono forse sede di guerra, di non-riposo? Lucerne dice chele anime degli scrittori non trovano una sede, seguitano a vagare: Pascal, Proust,irrequieti, senza riposo per sempre... Un libro è un nucleo di agitazione nelmondo; un punto di angoscia. I libri sono frammenti di guerra, astrid'inquietudine, sistemi d'incertezza in costante movimento circolare, spirali didomande, richiami d'aria, di vuoto, che si torcono a forma di punto interrogativocome delle nebulose, a forma di domande, tormenti, non-materia, turbolenze:nodi di negazioni, luoghi in cui la materia è interrogata, si trasforma sotto laparola, si trasforma in interrogativi.

  • - La sua parola non è forse, soprattutto, una protesta contro il corpo, del qualeordina e reitera costantemente il sacrificio?

- Sei o sette anni fa Roger Blin voleva allestire a teatro Le Babil des classesdangereuses. Facevamo insieme dei bellissimi incontri di lavoro muto: in rueSaint-Honoré, al 264, passavamo dei pomeriggi interi senza parlare, a guardareil fuoco del camino e a fumare le nostre pipe di terracotta. Di tanto in tanto Blinbuttava lì il nome di un attore che corrispondeva a questo o quel personaggio,ma si trattava quasi sempre di un attore già morto. Evocavamo ombre chesarebbero andate bene: Noèl Roquevert, Le Vigan, Yves Deniaud. Il cast nonandava avanti... Un giorno, dopo un silenzio ancor più lungo del solito, Blin mifece la sua unica domanda: "Perché i tuoi personaggi sono sempre arrabbiati?"Non sono stato veramente capace di rispondere... Arrabbiati di parlare?Arrabbiati di esistere? Sono grida di collera- non di dolore-, che lanciano ineonati quando escono: l'uomo è rosso di rabbia sin dalla nascita, è il primoanimale che nasce protestando. Mi piacciono tutte le bordate di ingiurie, dibestemmie, di "sacres" come dicono in Québec, tutto quello che c'è in noi di piùpulsivo, di più in fondo. Conoscevo un uomo che imprecava ogni tré frasi "Peste!Ah, pppeste!" Si è impiccato un giorno di agosto, in montagna, con un tempobellissimo, dopo avere ripetuto "peste!" tredici volte di seguito... Quest'uomo eracome gli altri: voleva rischiare di essere qualcosa di diverso dal suo corpoapparente, reinventare un altro uomo al suo posto. E' decisamente insopportabilenon avere altro che una testa, i piedi in basso e solo due braccia.

  • - Nell'universo del falso che ignora la pienezza androgina, l'attore come metaforanon è forse la figura per eccellenza, nella misura in cui corpo e voce divergono(l'attore fa tutte le smorfie)? Non è forse l'emblema di tutte le trasgressioni?

- L'attore metafora? o logofora? o autofora? E di cosa?... Dal giorno in cui, quando avevo cinque anni, ho visto aprirsi il sipario sulla scena e mia madre apparire e recitare, il mistero dell'attore è diventato il centro che evito e attorno al quale ruoto. L'attore non è come noi: porta il suo corpo diversamente, proiettatoin pensiero davanti a sé. Non ha un corpo come noi; lo porta in parole davanti asé e verso di noi. C'è una sorta di santa Fonazione dell'attore, un comicoPortamento: lo vedo deportato, trasportato, preso da dentro e portante. Cosa?non lo so; ma lui l'offre. C'è un supplizio, un sacrificio. L'attore viene- non amostrarci com'è bello il suo viso-, ma a dilaniare la sua faccia in scena... Capiscosoltanto le cose che si trovano all'interno di questo dramma. Il nostro pensiero èun movimento respiratorio, ansimato, in cammino. In cammino verso cosa? In movimento verso cosa? Verso di tè, verso qualcuno. E' un cammino al di là, uncammino a traverso.

Ho la sensazione che avanziamo su questa terra soltanto per dilaniare delleimmagini, dilaniare la nostra immagine. Produrre e distruggere l'uomo parlando.Parlare è emettere soprattutto figure negative; è solcare e scavare, perseguireuna distruzione; in quello che si dice, è questo movimento vivo della distruzioneciò che più conta. Il che non significa assolutamente che tutto sia nulla e vada verso il nulla: anzi, è il contrario. Come dire? C'è un movimento della vera vitache manifestiamo distruggendoci. La lingua è un cammino di distruzione. Noisiamo i suoi testimoni distrutti. Quando si parla, si inventa un cammino; ma privodi segnaletica e di punti di riferimento. Incomprensibile e che si distruggeparlando.

  • - Al di là di questo, lei sembra suggerire che non esiste rappresentazionepossibile al di fuori del massacro? In: Le Babil des classes dangereuses, non faforse di Troppmann un artista?

- Ho conosciuto Troppmann giovanissimo in un dizionario di assassini; l'horitrovato poi in Rimbaud, Bataille e Lautréamont... C'è qualcosa che va fino alcrimine nell'atto artistico spinto alle estreme conseguenze: un pittore danese hascritto: "Ogni volta che dipingo, è come se scendessi in cantina a ammazzare untopo." Un giorno Michel Bouquet, vedendo Andre Marcon uscire di scena, glidisse: "Allora è fatta? l'hai uccisa, la tua bestia?" Bisogna passare per il sangue;qualcosa va nel pensiero, fino lì. C'è il dono delle lacrime, il dono dell'amore, c'èanche il dono dell'odio, gli artisti lo ricevono. Ho una specie di legame personalecon la ghigliottina: il 28 novembre 1972, a notte fonda, mi sono svegliato in piedisu una finestra, assai stupito di ritrovarmi per la prima volta sonnambolo. Eranole 4 e 30: sono tornato a letto, mi sono riaddormentato e il giorno dopo, allaradio, ho saputo che Buffet era stato ghigliottinato quella notte alle 4 e 30, a duechilometri a volo d'uccello. Sono rimasto completamente sconvolto... Conta piùdi quanto si pensi, essere nati tra i Francesi, ovvero tra i tagliatori di teste. Unanazione che ha spontaneamente il gusto della pulizia e della tabula rasa, lamemoria corta e la ragione piuttosto tagliente. Oggi non è il 27 maggio 1987 mal'8 pratile 195.

  • - In: Le Drame dans la langue francaise, lei scrìve: "Fare dei rebus col materialedi scarto. " Ci può commentare la frase? I suoi libri non comportano forse unaparte di auto-analisi, non derivano da un gioco inquietante in cui l'identità siperde e si ritrova?

- Produrre libri mi interessa poco; è scriverli, è l'avventura mentale che mi attira.La letteratura formalistica, le parole in gioco, questo genere di esercizio mi ètotalmente estraneo... Se non credessi, ogni volta, di dire quello che non è maistato detto, di vedere quello che non è mai stato visto, non scriverei. Spuntaqualcosa, all'inizio, una specie di follia profetica: la sensazione di esserechiamato, forzato a scrivere quella cosa che non è mai stata scritta, che nonavrebbe dovuto esistere. Ho sempre avuto la passione di scrivere contro-  corrente, contro tutti, dei libri pirata, immediatici, e non programmati dall'epoca. Imiei libri non avrebbero dovuto esistere. Sono come dei pozzetti di anti-materiache ho attirato qui, o meglio fatto nascere, col forcipe, restii alle leggi di gravita,di mercato. Un libro da cominciare è inanzitutto e sempre un cantiere alcontrario, l'incavo di un monumento, un memoriale del nulla. Un'auto-analisi,un'autolisi, un'autopenetrazione, una perforazione. E' un viaggio: si è attirati daun'oscurità e un passaggio all'interno... Tra gli scrittori, sono solo gli avventurieridel dentro a attirarmi, non i cancellieri del mondo noto. Si scrive non peresprimere qualcosa, ma per abbandonare se stessi, per partire, esserespossessati e sorpresi. A volte, nel viaggio, c'è uno spavento da attraversare:può arrivare fino al vomito e a un mal di testa da impazzire; ci si precipita dalmedico (ne ho 57 nel libretto degli indirizzi), si spiega che non si capisce più ilrebus delle cose, che si soffre per loro, che siano nello spazio. Un giorno o l'altrosi trova un bravo medico: uno che vi propone di aprirvi la testa per guardarcidentro: si scappa, si capisce che si deve continuare da soli il proprio librò.

Nessuno può aiutarci. Il libro nasce da una malattia, da un'erranza, da un tessutodi errori e da una vista incomprensibile.

Quando si scrive si ha il presentimento che dramma interno e esterno sianosovracollegati,   dipendenti   l'uno   dall'altro,   e   che   si   scioglierannocontemporaneamente fuori e dentro. Il dentro e il fuori, ecco due cose che algiorno d'oggi si separano troppo. Credo che gli eventi storici si svolgano ancheall'interno dell'uomo, che le guerre risuonino in noi e trovino il proprio sensodentro di noi. Non c'è solo il senso del tempo che fugge; la storia ha anche unsenso interno che va al di là del nostro tempo. Abbiamo ricevuto una visionedecisamente troppo meccanicistica, troppo unicamente economista della storia;l'abbiamo troppo ridotta a un gioco di interessi strettamente materiali. Brecht hadescritto il III Reich come una commedia sanguinaria tra mercanti di cavolfiori. E'riduttivo e non spiega il peggio. Se c'è qualcosa di eternamente impensabile inciò che è accaduto tra il 1933 e il 1945, è perché la storia ha toccato, inprofondità, qualcosa di religioso. Zarathoustra contro Israele. Hitler era in guerracontro il Dio degli Ebrei. Leggete l'Anticristo di Nietzsche: lo stravogimentoradicale su cui si fonda la morale dei treni e dei campi, l'annientamento deldebole, l'espulsione dello straniero, sono tutte cose enunciate con grandechiarezza... La guerra del puro contro l'impuro, le cerimonie di notte, le marceverso l'unità unanime, i fasci, le svastiche, tutta questa paccottiglia pseudo-liturgica, tutta questa farragine mazdaica non deve essere presa alla leggera, sitrattava realmente di un tentativo di rovesciare un'antichissima concezionedell'uomo e dei fondamenti del bene e del male, qualcosa che era stato detto etrasmesso intorno al Mediterraneo 6000 anni prima.

  • - Ne Le Drame de la langue francasse definisce la sua prosa: grido bianco. Qualeistanza la trattiene nel bianco?

- Il grido bianco è spermatico, galattico, è un godimento. Intendo dire una gioia."Nato da un grido bianco..." Ma intendo anche, con grido bianco, lo hi-hodell'asino. Sono nato gridando come lui; ragiono, cerco di sapere, ma sonoanche un asino che non capisce niente del mondo che lo circonda. Qualcosa èstata celata anche a noi. Reclamo anche di essere un animale. Quali sono statele prime sillabe? Che grido ha lanciato il nostro padre celeste? - Nessun gridoper le nostre orecchie. E' per sempre dietro alla nostra lingua, presente,incomprensibile e al contrario. Lo inseguiamo parlando. In tutto quello che parla,in tutti i parianti, cosa c'è se non la caccia a Dio? La trisavola della quadrisavoladi mia madre, Perenne Clottu, è stata bruciata viva a Neuchàtel nel 1654 peravere detto cose simili. Vedete come è progredito il mondo. Veniamo dagli animali o andiamo verso di loro? Di certo ne una cosa ne l'altra, a patto di accettare di essere una cosa e l'altra, di dire di sì allo spazio e al nostro strazio, di essere spinti agli estremi, tesi, divaricati nella massima tensione, nella massima estensione possibile. Nessun parlante è una bestia mediocre.

  • Ha detto: scrivere contro le lingue materne, verso il teatro. Da cosa viene diretto questo divario?

- Si scrive nello scontro, in un amore da corpo a corpo con la propria lingua.Materna significa che si è legati a lei, e che lei ci ha fatti. La mia lingua non è nelmio spirito- come uno strumento che io possa utilizzare per pensare- è dentro dime, interamente: le parole sono la nostra vera carne, completamente, assai piùdel nostro corpo apparente. Non ho altro corpo al di fuori di questa linguafrancese amata e odiata. Chiedo che mi parli, che mi crei un corpo nuovo. Tuttala sua muscolatura, le sto addosso, e rifaccio. Il mio spirito non ha altra aria chela lingua, da respirare. La lingua è sede dello spirito, come lo spazio è sede del corpo. Siamo del tutto immersi, prigionieri suoi, e ci liberiamo parlando... E' nellalingua francese, non in un'altra lingua che sono caduto; è lei che devoattraversare... E' per via di questo attaccamento un po' forsennato alla lingua francese che ho sempre fatto molta fatica a leggere i libri tradotti, o direttamente scritti in esperanto, in lingua per tutte le evenienze, per nessuna evenienza. E'dalla contemplazione della musica muta del francese, dei suoi suoni oscuri, della sua musica nascosta che da me sgorga qualcosa, e diventa un senso e unavisione.

Scrivo verso il teatro, verso l'attore, desiderando il suo respiro. Scrivo fuori di me,verso di lui e verso di tè. E' a tè che voglio portare le mie lingue, offrirle. Se c'è un dono nella scrittura, se lo scrittore è dotato, non è che ha ricevuto qualcosa dipiù, ma che ha ricevuto qualcosa di meno, ha ricevuto, nascendo, un vuoto daoffrire. Non reclamo l'amore dell'attore, del lettore, del pubblico, dei vivi di oggi:soltanto che accettino questo dono, questo movimento verso di loro.

  • - La sua opera coniuga nascita e senescenza; è un urlo contro il tempo?

- Hai hai!... Ah no, il tempo cronologico non è sopportato! Il tempo deldeperimento delle cose, il tempo meccanico non è assolutamente sopportato!C'è qualcosa nella nostra cronologia, nelle nostre referenze temporali, nellanostra maniera di contarle, di nominarle, di frammentarle, che non è sopportato.

Si cerca di uscirne in ogni modo, di andare oltre, facendolo passare indietro,circolare in cerchio, cercando dove finisca e dove sì possa passarci attraverso.

Se siamo stati messi nel tempo non è per subirlo, contarlo e restame prigionieri,ma per trafiggerlo: vedere a volte, in un lampo, un tempo diverso da quello dellesuccessioni quotidiane e dei romanzi piatti; e, nella lingua, un tempo diverso daltempo scolastico del soggetto-verbo-complemento. Scappare, sfuggire al tempomeccanico e mortale con dei getti, degli svenimenti, delle esplosioni giaculatoriee delle parole scagliate, delle gravitazioni, delle visioni di turbinii senza fine. Listeinfinite di ripetizione di nomi, enumerazioni perpetue di cifre: ho fatto di tutto pervenirne fuori, per scongiurarlo. Noi siamo la gente del tempo, gli animaliammalati del tempo ai quali, tuttavia, attraverso la parola, è concessa ogniapertura. Lo sanno tutti perfettamente. L'unica passione dell'uomo, la suaossessione, è uscire dal tempo, in tutti i modi: con l'amore, con lo sport, conl'estasi, con la morte... Stiamo malissimo nel tempo, così come lo spazio ci famale: ci sono giorni in cui d'improvviso vedo chiaramente che tutte le coseavrebbero dovuto stare con la testa in giù, che tutto quello che è a sinistradovrebbe trovarsi a destra. Impressione che il mondo intero giaccia morto,caduto e capovolto. Al contrario di tutto. Sono stati difficili da descrivere e dasopportare. E" di questo che si parla ne Le Discours aux animaux. Avevo comeguida cinque righe scritte da una donna alla fine del XVII secolo: "Non sono piùin grado di scrivere nulla sul mio stato intcriore, non lo farò più, non avendoparole per esprimere una cosa che è completamente slegata da tutto quello chepuò rientrare nel dominio del sentimento, dell'espressione o della concezioneumana." Sono stato guidato da questa frase. Non mi va bene nulla di tutto quelloche è stato detto sull'uomo. Di qui nasce il mio dramma comico.

  • - Proliferazione, polistilismo, polimorfismo non sono forse altrettante resistenze aquella morte che visibilmente l'ossessiona?

- La morte ossessiona soprattutto i bambini. Sono loro che ci vivono insieme, sene stupiscono e l'interrogano da ogni lato... Quando avevo otto o sette anni, alminimo passaggio di un carro funebre scappavo a due chilometri di distanza; mirifiutavo di toccare qualunque cosa fosse stata in contatto con un morto, davicino o da lontano; e persino se si trattava di tré contatti interposti. Se in cittàc'era un morto che potevo situare ad esempio a sinistra del mio letto, avevobisogno di addormentarmi dal lato destro, dove non c'era il morto, per essere ilpiù lontano possibile da lui. Scrivevo delle poesie con sei cadaveri per pagina,incidevo impiccati e bare ovunque... Ho meno paura della morte da quando l'hovista dentro di me: in certi stati di disseccamento, di non-vita, di chiusura, diparalisi intcriore. La rigidità del cadavere la incontriamo inanzitutto nel corso diquesta vita, all'interno di noi. I veri morti non dovrebbero farci paura: c'è comeuna musica al di sopra di loro. Sono degli appellanti, dei rilasciati. Come dire?

Non è una fede, ma qualcosa di molto fisico. C'è una sorta di gloria e di gioianella morte, c'è sempre, attraverso le lacrime, qualcosa di grandioso e di gioioso,di quasi santamente comico, nel fatto di vedere l'essere umano ridotto allo statodi pietra e di terra. Non ho della morte un'idea negativa.

  • - / nomi proprì dei suoi personaggi non sono meno enigmatici dei suoineologismi. Le Drame de la vie s/ conclude con il riepilogativo dei 2587personaggi del romanzo. Questi nomi hanno anche il valore di unità di queltempo che li inghiotte?

- I nomi mi vengono a raffica, sotto dettatura, mai ritoccati, d'un tratto. Senza nessuna riparazione, nessuna sistemazione; come per folgorazione. E' l'unicacosa di un libro che faccio nella pura felicità. La pura felicità di essere Adamo,quando Dio fece sfilare dinanzi a lui la creazione degli animali e gli chiese dinominarli uno per uno: dare dei nomi a tutte le bestie una per una, a tutti gliuomini... I 2587 nomi dei personaggi del Orarne de la vie mi sono venuti comeuna dettatura rapidissima, nella gioia di fare comparire-scomparire, di emetteresenza sosta delle figure umane. Non è il singolo nome a contare, ma la loroconcatenazione, il loro concatenamento, la loro perpetua contazione. Amo l'artelitanica. Ripetere i nomi fino all'ebrezza vorticosa. C'è un passaggio attraverso inumeri che dobbiamo fare, attraverso le cifre, attraverso la fatica dellesuccessioni. Ripetere instancabilmente, sgranare il tempo fino in fondo allafatica: in fondo in fondo alla ripetizione respiratoria c'è una gioia circolare daraggiungere, un vortice, la gravitazione degli amanti, il canto di liberazione degliastri, l'attrazione amorosa delle parole... Quasi involontariamente- in ogni casosenza averlo premeditato- bisogna che termini i miei libri o i miei spettacoli conqualcosa senza fine, con un movimento girevole, a spirale, respirato. Alla finetutto tende al movimento senza fine, verso qualcosa di sconosciuto, in un altrospazio, e che è una sorta di indescrivibile vortice materiale dello spirito... Macome in un moto comico di ascensione in caduta libera, con frasi che non stannoin piedi, e entrate che fanno cilecca.

  • - E' con Le Babil des classes dangereuses che ha trovato il suo linguaggio. Apartire da questo libro, la sua opera si accresce del suo stesso peso, ogni nuovotitolo diventa un frutto sulla spalliera di una produzione autonoma, certo, ma chesi arricchisce di tutto quello che l'ha preceduta?

- Sono uno scrittore che non ha mai conosciuto la pagina bianca dinanzi a sé. Lascrittura è perpetua: una tessitura, una trama continua. Da un libro compiuto c'èsempre qualcosa che cade, un resto, un ramo morto, tagliato, caduto senza vita.lo riparto sempre da lì, da quelle tré o quattro pagine, perché tutto deve ripartireda quello che ho eliminato, rifiutato, non voluto vedere. Perché è certamente lìche è in gioco l'essenziale. I resti de I''Atelier volani sono diventati le prime frasidel Babil des classes dangereuses, la cui parte inutilizzabile, esclusa, oscura, asua volta, è stata riaperta, risofferta, sciolta fino a diventare la scena 1 del Dramede la vie. E' sempre un resto colpevole, un rigetto, una parte morta, una cosavergognosa, che riopero e rilavoro affinchè germogli. Quelle poche paginediventano così, per proliferazioni successive, 8, 32, 64, 128, 256. Scrivo sempredi rimbalzo su un vecchio testo... Ma, ogni volta, cambio la regola, l'orario, ladisciplina. L'osservanza, la pratica regolare, l'esercizio giornaliero sonoindispensabili... Non c'è scrittura, per me, senza costrizioni e divieti. Il divieto, ad esempio, per un anno intero di ritornare sullo scritto del giorno prima. Cambiospesso regole, perché sono tutte sbagliate: bisogna cambiare incessantementeposto alle trappole... Non lavoro come uno scrittore che abbia qualcosa da dire,ma come un pittore cieco: in sbieco, attraverso una vista tattile, per immersioni,prensioni successive. "Manipolare!" è lo slogan che mi ripeto spesso; e cosìpure: "In sbieco!"... Mi rappresento sempre tutto questo, in primo luogo, come uno scavo, una discesa, e non come l'edificazione di una costruzione dello spirito.

Ho un lavoro, una divisione, una separazione da fare nella materia opaca della mia lingua, per chiarirla e portarla a una visione. Non c'è mai niente di dipinto o didescritto; ma qualcosa che si apre, una visione che si apre. Non uno spettacolo,non un quadro, ma l'apertura degli occhi. Vorrei che i miei occhi si aprissero. Nonvedo niente, non sopporto la vista materiale degli oggetti attraverso le parole;sento un rumore di apertura nella lingua. Vorrei farlo sentire ad altri. Mi immaginosempre una discesa, un passaggio attraverso il fondo: la luce è in fondo,comparirà grazie al lavoro dell'oscurità. La luce è nell'oscurità che la si va acercare, sprofondando, attraversando... E' là che bisogna discendere; è là che sitrova, è la che si apre; perché la luce è invisibile.

  • - Recentemente è stato messo in scena Le Monologue d'Adramélech. Nellamisura in cui Adramélech- figura centrale del Babil des classes dangereuses- èun corpo oltrepassato in voce, l'incarnazione di un tale personaggio-linguaggionon è forse un'approssimazione?

- Quello che ha fatto Andre Marcon di Adramélech non era per nullaun'approssimazione ma, anzi, il compimento perfetto di quello che avevo scritto,la sua combustione, la sua distruzione fino in fondo. Un'incarnazione leggera e inqualche modo bucata da tutti i lati: la musica e la verità insieme. Un grandesolista e al tempo stesso uno sconosciuto nel metrò che si mette a raccontarvi lasua vita dal marciapiede di fronte... Andre Marcon dava un peso carnalestraordinariamente concreto a tutte queste parole; ma restava sempre comesospeso nel vuoto che espira dalle nostre parole... Perché si scrive? Per venirebruciati, respirati da un altro. A teatro l'attore e lo spettatore cambiano respiro.

Ma il teatro non è forse una figura della lettura? Non c'è forse, tra me che scrivoe tè che leggi, anche una sorta di cambiamento di corpo, un incrociarsi direspiro? Leggere è fare un atto di scambio respiratorio, è respirare nel corpo di un altro. Gli scrittori che amo li ho respirati, e loro hanno respirato me. E' comese avessimo prodotto, l'uno e l'altro, un nuovo corpo, della vita. Si scambia ilproprio respiro con un vivo o con un morto, si da il proprio respiro a un morto, siriceve il suo, si incarna un morto, se ne esce di nuovo. Tutto il corpo deverigiocare; tutte le idee costituite devono ripartire con le parole, alla ventura; lecose fondate si disfano: è un dispendio logorante, è riscoprire, sotto la nostralingua corrente, atona, una profondità respirata, una notte sonora che si eradimenticata, un'orchestra intcriore e dei muscoli canori che non lavoravano più,sentire il martirio comico del pensiero.

Vedo nella scrittura un desiderio di viaggio tra due umani. Chi guida l'altro?Quale dei due tiene la mano dell'altro? Non so. In quanto scrittore, non miconsidero la guida del lettore, ma colui che deve fare il viaggio insieme a lui. Nonne so più di lui sul libro, se non che bisogna che lo attraversi, che lo discendainsieme a lui. Non ci sono un lettore e uno scrittore, ma due viaggiatori strappatia un mondo, partiti, l'uno e l'altro vestiti di lingue, poiché la loro carne non è altroche parola. Tra i due, leggendo, scrivendo, si produce l'uomo, nasce l'uomoparlando. C'è una nascita e una rinascita, un incrocio d'amore, e un risorgereperpetuo nella scrittura. La scrittura è risurrezionale.

  • - A cosa serve la letteratura?

- A rendere il terreno incerto. Siamo attorniati d'idoli, di punti di riferimentosbagliati perché troppo saldi, di dei di legno che non parlano. La letteratura non èun'arte della comunicazione. Basta comunicati! Basta comunicanti! Prima dicomunicare, l'uomo deve ancora, molto, parlare a se stesso. Ci vogliono dareun'immagine troppo unicamente sociale e utilitaria del linguaggio, cercano diridurci a non essere altro che bestie comunicative, esseri sotto lo sguardo altrui;invece siamo soprattutto animali che cercano di rinascere parlando... Quello chebisogna sentire, nella scrittura, è che è ancora un animale a parlare, e che lacosa lo stupisce enormemente... Si è cercato di ridurre tutto, tutti i nostripensieri, le nostre emozioni, al commercio di idee con gli "altri altrui", alla storiadei comportamenti amorosi, alla tragedia della famiglia, allo scambio sociale; maci sono molte cose non viste, lì a portata di mano, un paesaggio senza fine,dinanzi agli oggetti, a sé, a niente e al contrario di tutto. Il linguaggio non sirivolge solo agli uomini, non è solo un modo di comunicare, di dominare, disedurre. Bisogna reimparare oggigiorno a parlare ai sassi e al proprio cranio. E aversare delle lacrime quando vengono. Viviamo in un'epoca di grandissimapruderie: un'intera parte dell'uomo è ormai un campo proibito. Le lacrimeoggigiorno sono proibite agli uomini... Le lacrime che non sono per nulla un velo,o una secrezione di un'eccedenza inferiore; le lacrime che vogliono diresemplicemente che i nostri occhi si aprono sull'esterno, vogliono aprirsi,vedranno...

Parlare è veramente catastrofico. Perché non siamo dei soggetti che utilizzanouna lingua-strumento, o degli spiriti che hanno qualcosa da dire in suoni, masemmai degli animali addestrati per rinascere parlando. La parola èincomprensibile. "C'è, per me, qualcosa di incomprensibile nel fatto di parlare", ecco cosa dovrebbe dire ogni giorno lo speaker prima del telegiornale. Sarebbeun ottimo sistema di cominciare. Bisogna reinterrogare la nostra parola; e lenostre immagini attraverso la parola- e non fare finta di parlare attraverso delleimmagini... Le immagini è il linguaggio a scavarle, a squilibrarle e a metterci ilvuoto dentro, altrimenti tutto è falso. La letteratura è più che mai necessaria,come domanda da fare alle nostre immagini, come colpo da sferrare lorodall'interno.

19 dicembre 2001.

 

 

 

 
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