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II paradiso parlato 

 

Francois Dominique

 

Nessun poeta scrive nella propria lingua, ma neppure se ne allontana, al contrario: scrivendo, si autotraduce, passando dalla lingua materna a una lingua trasgressiva, la sua. Da questo scarto nascono al tempo stesso una tensione e un accordo; la lingua poetica nasconde una lingua filiale; colui che scrive conserverà per tutta la vita - tra oblio e memoria – la preoccupazione di un parlare che sia in accordo col mondo, e la speranza segreta di far piacere a sua madre sommergendola di suoni e di sensi.

La donna seminale.

desidero il vostro sangue mentre siete vivo.

L'Uomo di terra.

desidero riposare all'interno del suono che pronunciate.

L'ebbrezza del suono in grado di produrre immediatamente un senso somiglia a quella del bambino di sette mesi che si esprime per "lallazione". Di questa origine della lingua, nessuno ha memoria, fuorché il poeta.

L'ebbrezza del senso, legata all'efficacia sonora della ripetizione e delle intonazioni, è la "verbigerazione" del bambino di tré anni, età in cui proliferano le piccole frasi fitte di perché e di come. Di questa genesi del discorso, nessuno ha memoria, fuorché il poeta.

L'Uomo di Novarina sembra in primo luogo quel bambino meraviglioso, perso nel tempo tra l'età della Lallazione e quella della Verbigerazione. Si ritrova e ci ritrova al presente, attraverso la scrittura. Sembra che abbiamo ucciso, in noi, il bambino meraviglioso che eravamo. Si tratta di risuscitarlo parlando. E dove? Sulla scena. Lì, il tempo è reversibile: si possone annullare e disagire i drammi del mondo cosiddetto vissuto:

La donna seminale

Dato che siete su un palcoscenico, ora disagite quel che avete vissuto.

L'Uomo di terra

Ho vissuto la scena del mondo a cui dico no-e-no.

Ma l'Uomo di Novarina è anche un antenato canuto, senza età, preso dalla passione per una anamnesi leggendaria che gli fa recitare all'infinito tutti i nomi di uomini, animali, cose, tutti i modi di essere. E' un profeta antico, catturato dalle litanie, il cui cervello fantastico stila inventar! degni dei mormoni, cerca dentro di sé la matrice invisibile di tutte le liste, di tutte le enciclopedie. Lo vedo anche come L'Eremita dei Tarocchi, peregrinare nel tempo... Quest'ultima figura è l'opposto di quella del bambino meraviglioso? Non penso. Il bambino inventa la lìngua, il vecchio la ripete. Vanno entrambi in paradiso, meta suprema del desiderio che concilia I contrari. Ma dove si trova il paradiso parlato?

La voce d'ombra

L'uomo della terra ricorda d'esser stato qui.

Dalla contraddizione apparente, tra il bambino meraviglioso e il suo doppio - il vecchio canuto -, nasce una tensione che si esprime ora come rivolta contro la falsa parola del mondo presente (Le Discours aux animaux},1 ora come aspirazione al grande Pasto Fraterno (La Chair de l’homme).2

Mangiamoci e ascoltiamoci. Scambiamoci la vita come persone, ragazze o ragazzi, che si scambiano la vita.

Il Teatro di parola è allora il luogo non parodico dove la vita migliore, la vita possibile, viene enunciata. L'imprecazione restaura qui e ora una verità del linguaggio. La ripetizione, come una formula magica reiterata ad libitum, protegge dai danni dell'azione cieca.

Lo spettatore-lettore è convocato nel paradiso parlato, da imprecazioni, litanìe e ripetizioni magiche.

Come "parlare in lingue"

Cos'è la "lallazione"? Un balbettio infantile, dice un dizionario. E un altro: emissione vocale priva di intezione espressiva nell'infante... prima forma di pseudo-linguaggio la cui forma delirante in età adulta è rappresentata dalla glossomania. Vediamo meglio.

Le filastrocche conservano tracce di lallazione sotto forma di sequenze sillabiche; sono le cosiddette filastrocche con "allitterazioni, giochi fonetici e parole in libertà". Come la filastrocca di Ginevra che l'Uomo di Thonon probabilmente non ignora:

Ampró - Giro

Carin - Careau

Carcaille- Briffons

[...]

tan tè feuille - meuille

tan tè dui3

Come dice bene un pediatra, la lallazione infantile è "tra la lingua e il latte", nel piacere circolare di ripetere certe sillabe: labalama, lebeleme, lobolomo... sequenze iperlabializzate che suscitano un piacere fonetico. Così, la prima magia infantile sarebbe legata al fatto di sentirsi balbettare. Lì sì trova la lingua d'origine, la lingua adamìtica, non ho detto "innocente", perché il ritorno verso questa origine mobilita la conoscenza, fa appello alle lingue cosiddette "straniere"; così, nel Giardino di riconoscenza4 quando l'Uomo di Terra invoca "l'energia infantile", la Voce d'Ombra gli risponde:

Le locassier puterle; la coquelionne dandrule; la bruse bibrionne; la frousette lujarde; le huppelin asp'aspe; le féjard goguinne; le golion hulète; la polypse ouinte; le pétassier carquignolle; l'hypolobe frouit; la vardasse cyclauque; le maliborche flutiole...5

Come nel Cratilo di Fiatone, c'è in questo lessico la convinzione che il suono produca il senso; convinzione ripetutamente espressa nel mondo delle Lettere, si pensi al dizionario delle onomatopee di Nodier. Ciò non rinvia forse a una nostalgia delle origini in cui suono e senso non sarebbero mai disgiunti?

L'Uomo di Novarina rifa il mondo parlando, e non è un gioco. Prende le parole talmente sul serio che la dispersione dei fonemi, l'esplosione del senso in lingue diverse lo riporta sempre all'unità del senso:

La donna seminale

II reale è qui indicato da una porta d'ingresso con scritto "Entrate nella realtà della cosa detta".

La Novarilingua

Cosa dice il dizionario della "Verbigerazione"? Sarebbe la produzione di un testo apparentemente sprovvisto di senso generale, benché i sintagmi, presi isolatamente, siano intelligibili e sembrino organizzati normalmente... Gli antichi grammatici parlavano di logorrea o fantasia verbale o xenoglossia...

Si incontra la verbigerazione nelle fatrasie medievali. Per esempio, in Philìppe de Beaumanoir, giureconsulto e poeta:

Le gras d'un poulet

Mangea au brouet

Pont et Verbene -

Le bec d'un coquelet

Emportait sans plet

Toute la Normandie.6

C'è una verbigerazione dei pazzi, come quel Sylvain Lecoq celebrato da Michel Thévoz nei suoi Écrits bruts:

Rosalita - Rosalitas, tu diras c'que tu voudras.

Moi j't'emmerde bien, tassila cocco dimuche Aliala.

Tali ta li talas. Jeux vous aiment a répondu la dame.7

C'è poi la verbigerazione xenoglossa dei profeti, degli apostoli, degli illuminati pentecostali, visitati da qualche Spirito Santo, che si mettono a "parlare in lingue", a predicare in idiomi di cui non conoscono una parola...

E l'Uomo di Novarina? E' un fatrasista, un pazzo, un profeta o un apostolo evangelista? Tutte e quattro le cose assieme, cari amici, perché riconoscerà probabilmente in ognuna di quelle modalità la forma antichissima dell'augure - una forma di benedizione rivolta al mondo e, di conseguenza, la condizione del senso condivisa da tutti gli idiomi: liberare dal malinteso il senso nascosto, dire Vesultanza che è all'origine delle lingue. Novarina esulta, anche nella collera.

La lingua contro la morte

Antonin Artaud scrisse questo enigma: "Non si muore perché si deve morire. Si muore perché è una piega alla quale un giorno sì è costretta la coscienza, e nemmeno tanto tempo fa".

Se la morte è una brutta piega/ si insinua un dubbio su cosa siano le nostre vite. Forse siamo già morti, o non ancora vivi, in mancanza di una vita migliore... o per cecità nei confronti di quella che è la vera vita?

La voce d'ombra

... Fonte di Vita, figura impossibile da vedere coi nostri occhi...

[...]

L'Uomo di terra

Ho paura d'essere tenuto in vita al posto del mio cadavere...

[...]

La donna seminale

Incarnazione è il mistero del qui-giace da cui poi bisogna andarsene-e-partire...

[...]

L'Uomo di terra

Proprio mentre me ne andavo in giro tutto solo col mio corpo attraverso la morte, sono

resuscitato parlando.

Orfeo nel mondo presente

L'aforisma LXXXIX di Pendant la matière enuncia:8

Le lingue sono iniziate; la parola mai, neppure con l'uomo. La parola che passa; che attraversa. Viene da molto più lontano di noi...

Si tratta del LOGOS greco o del VERBO evangelico? Novarina non è così esplicito, perché non scrive mai se non in relazione alla sua personale esperienza del linguaggio. Nella stessa opera (aforisma XLIV), ci ingiunge di sentire il movimento di apertura del tempo... Segue una listalitania da Jean Chantant a Jean d'ìd. Viene da pensare a San Giovanni Crisostomo, ma nulla è profetizzato in questo testo se non la lista dei nomi, i "Jean", come dire "Gente", noi stessi nella moltitudine, rinviati alla nostra personale esperienza del linguaggio, alla nostra personale verità di parola. Ci tocca accettare di perderci in questa accumulazione, di essere uno tra i tanti; l'evocazione óe\\'Apertura del Tempo si oppone a quella chiusura del tempo che sarebbe l'apocalisse. Ancora una volta, ogni volta, in ogni libro di Novarina, il mondo è convocato ora. Come nell'aforisma XL:

"II mondo intero può essere chiamato all'interno dì una parola".

Ciò porta molto lontano, perché il rapporto tra parole e cose risulta rovesciato, quando l'attore novariniano entra in scena:

"L'attore parla ai sassi e ricorda alla materia che essa sta dentro le parole".

Riconosciamo il mito di Orfeo, ma rovesciato: non è il canto a convocare rocce, alberi, piante, animali verso colui che canta, ma l'essere cantato, la voce, il senso e il suono a scoprirsi restituiti alla loro origine naturale.

C'è, nel parlare novariniano, restituzione della parola al mondo, conciliazione e non più disgiunzione tra suono e senso, tra parole e cose, perché sono le cose stesse a convocarci.

E' un atteggiamento raro negli scrittori contemporanei. Non presuppone un'innocenza beata quanto piuttosto la convinzione che l'autenticità della parola possa essere preservata, che la vita possa risultarne cambiata.

La parola dell'Uomo di Novarina non è un gergo decomposto dalla colpa, dìstrutto da pretese analoghe a quelle di Nemrod, ma una parola poetica in cui si ricompone il puzzle del mondo, a partire da questa intuizione: il mondo è vivibile, ma diversamente.

Ultimo aforisma di Pendant la matière:

"Cercare una mano più veloce dello spirito".

Sette anni più tardi, l'Uomo di Terra gli fa eco:

"L'organo del linguaggio è la mano; la terra delle parole: eccola; perché il linguaggio umano è raccolto dal suolo".

Ci troviamo allora nel Giardino di riconoscenza e sul manifesto della rappresentazione (primavera 1997, Théàtre de l'Athénée) c'è la foto dì una mano di terra in controìmpronta sul terreno; la mano, la lingua: è la duplice promessa antropologica iscritta nelle nostre origini. E' l'enigma da decifrare.

[traduzione di Donata Feroldi]

 

1 Valére Novarina, Le Discours aux animaux [II Discorso agli ammali], P.O. L., Paris 1987.
2 Valére Novarina, La Chair de l'homme [La Carne dell'uomo], P.O. L., Paris 1995.
3 Più che di una filastrocca, si tratta di una conta, come l'italiana: "A-ulì-ulé / che tulilé / che tamusé / che tulilem blem blum..."
4 Valére Novarina, Le Jardin de reconnaissance, P.O. L., Paris 1997.
5 Si tratta di ripetizioni della struttura soggetto-verbo costruite a partire da termini inventati, le cui sillabe (radici e suffissi) sono però plausibili e riecheggiano, in parte, modalità tipiche dell'argot.
6 Quasi letteralmente: "II grasso di un polletto / Si mangiò in brodetto / Ponte e Verbena - / n becco di un galletto / Si portò via senza dispetto (lett. contestazione, disputa) / Tutta laNormandia".
7 Rosalita - Rosalitta, tu dirai ciò che vorrai. / Io ti scoccio come un cocco, dimmi tassila Aliala. / Lità tali talà. Giochi v'ama rispose la dama.
8 Valére Novarina, Pendant la matìère, P.O. L., Paris 1991.

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