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Nessun poeta scrive nella propria lingua, ma neppure
se ne allontana, al contrario: scrivendo, si autotraduce, passando
dalla lingua materna a una lingua trasgressiva, la sua. Da questo
scarto nascono al tempo stesso una tensione e un accordo; la lingua
poetica nasconde una lingua filiale; colui che scrive conserverà
per tutta la vita - tra oblio e memoria – la preoccupazione
di un parlare che sia in accordo col mondo, e la speranza segreta
di far piacere a sua madre sommergendola di suoni e di sensi.
La donna seminale.
desidero il vostro sangue mentre siete vivo.
L'Uomo di terra.
desidero riposare all'interno del suono che pronunciate.
L'ebbrezza del suono in grado di
produrre immediatamente un senso somiglia a quella del bambino di
sette mesi che si esprime per "lallazione". Di questa
origine della lingua, nessuno ha memoria, fuorché il poeta.
L'ebbrezza del senso, legata all'efficacia
sonora della ripetizione e delle intonazioni, è la "verbigerazione"
del bambino di tré anni, età in cui proliferano le piccole frasi
fitte di perché e di come. Di questa genesi del discorso, nessuno
ha memoria, fuorché il poeta.
L'Uomo di Novarina sembra in primo
luogo quel bambino meraviglioso, perso nel tempo tra l'età della
Lallazione e quella della Verbigerazione. Si ritrova e ci ritrova
al presente, attraverso la scrittura. Sembra che abbiamo ucciso,
in noi, il bambino meraviglioso che eravamo. Si tratta di risuscitarlo
parlando. E dove? Sulla scena. Lì, il tempo è reversibile: si possone
annullare e disagire i drammi del mondo cosiddetto vissuto:
La donna seminale
Dato che siete su un palcoscenico, ora
disagite quel che avete vissuto.
L'Uomo di terra
Ho vissuto la scena del mondo a cui
dico no-e-no.
Ma l'Uomo di Novarina è anche un
antenato canuto, senza età, preso dalla passione per una anamnesi
leggendaria che gli fa recitare all'infinito tutti i nomi di uomini,
animali, cose, tutti i modi di essere. E' un profeta antico, catturato
dalle litanie, il cui cervello fantastico stila inventar! degni
dei mormoni, cerca dentro di sé la matrice invisibile di tutte le
liste, di tutte le enciclopedie. Lo vedo anche come L'Eremita dei
Tarocchi, peregrinare nel tempo... Quest'ultima figura è l'opposto
di quella del bambino meraviglioso? Non penso. Il bambino inventa
la lìngua, il vecchio la ripete. Vanno entrambi in paradiso, meta
suprema del desiderio che concilia I contrari. Ma dove si trova
il paradiso parlato?
La voce d'ombra
L'uomo della terra ricorda d'esser stato
qui.
Dalla contraddizione apparente, tra
il bambino meraviglioso e il suo doppio - il vecchio canuto -, nasce
una tensione che si esprime ora come rivolta contro la falsa parola
del mondo presente (Le Discours aux animaux},1 ora come aspirazione
al grande Pasto Fraterno (La Chair de l’homme).2
Mangiamoci e ascoltiamoci. Scambiamoci
la vita come persone, ragazze o ragazzi, che si scambiano la vita.
Il Teatro di parola è allora il luogo
non parodico dove la vita migliore, la vita possibile, viene enunciata.
L'imprecazione restaura qui e ora una verità del linguaggio. La
ripetizione, come una formula magica reiterata ad libitum, protegge
dai danni dell'azione cieca.
Lo spettatore-lettore è convocato
nel paradiso parlato, da imprecazioni, litanìe e ripetizioni magiche.
Come "parlare in lingue"
Cos'è la "lallazione"?
Un balbettio infantile, dice un dizionario. E un altro: emissione
vocale priva di intezione espressiva nell'infante... prima forma
di pseudo-linguaggio la cui forma delirante in età adulta è rappresentata
dalla glossomania. Vediamo meglio.
Le filastrocche conservano tracce
di lallazione sotto forma di sequenze sillabiche; sono le cosiddette
filastrocche con "allitterazioni, giochi fonetici e parole
in libertà". Come la filastrocca di Ginevra che l'Uomo di Thonon
probabilmente non ignora:
Ampró - Giro
Carin - Careau
Carcaille- Briffons
[...]
tan tè feuille - meuille
tan tè dui3
Come dice bene un pediatra, la lallazione
infantile è "tra la lingua e il latte", nel piacere circolare
di ripetere certe sillabe: labalama, lebeleme, lobolomo... sequenze
iperlabializzate che suscitano un piacere fonetico. Così, la prima
magia infantile sarebbe legata al fatto di sentirsi balbettare.
Lì sì trova la lingua d'origine, la lingua adamìtica, non ho detto
"innocente", perché il ritorno verso questa origine mobilita
la conoscenza, fa appello alle lingue cosiddette "straniere";
così, nel Giardino di riconoscenza4 quando l'Uomo di Terra invoca
"l'energia infantile", la Voce d'Ombra gli risponde:
Le locassier puterle; la coquelionne
dandrule; la bruse bibrionne; la frousette lujarde; le huppelin
asp'aspe; le féjard goguinne; le golion hulète; la polypse ouinte;
le pétassier carquignolle; l'hypolobe frouit; la vardasse cyclauque;
le maliborche flutiole...5
Come nel Cratilo di Fiatone, c'è
in questo lessico la convinzione che il suono produca il senso;
convinzione ripetutamente espressa nel mondo delle Lettere, si pensi
al dizionario delle onomatopee di Nodier. Ciò non rinvia forse a
una nostalgia delle origini in cui suono e senso non sarebbero mai
disgiunti?
L'Uomo di Novarina rifa il mondo
parlando, e non è un gioco. Prende le parole talmente sul serio
che la dispersione dei fonemi, l'esplosione del senso in lingue
diverse lo riporta sempre all'unità del senso:
La donna seminale
II reale è qui indicato da una porta
d'ingresso con scritto "Entrate nella realtà della cosa detta".
La Novarilingua
Cosa dice il dizionario della "Verbigerazione"?
Sarebbe la produzione di un testo apparentemente sprovvisto di senso
generale, benché i sintagmi, presi isolatamente, siano intelligibili
e sembrino organizzati normalmente... Gli antichi grammatici parlavano
di logorrea o fantasia verbale o xenoglossia...
Si incontra la verbigerazione nelle
fatrasie medievali. Per esempio, in Philìppe de Beaumanoir, giureconsulto
e poeta:
Le gras d'un poulet
Mangea au brouet
Pont et Verbene -
Le bec d'un coquelet
Emportait sans plet
Toute la Normandie.6
C'è una verbigerazione dei pazzi,
come quel Sylvain Lecoq celebrato da Michel Thévoz nei suoi Écrits
bruts:
Rosalita - Rosalitas, tu diras c'que
tu voudras.
Moi j't'emmerde bien, tassila cocco
dimuche Aliala.
Tali ta li talas. Jeux vous aiment
a répondu la dame.7
C'è poi la verbigerazione xenoglossa
dei profeti, degli apostoli, degli illuminati pentecostali, visitati
da qualche Spirito Santo, che si mettono a "parlare in lingue",
a predicare in idiomi di cui non conoscono una parola...
E l'Uomo di Novarina? E' un fatrasista,
un pazzo, un profeta o un apostolo evangelista? Tutte e quattro
le cose assieme, cari amici, perché riconoscerà probabilmente in
ognuna di quelle modalità la forma antichissima dell'augure - una
forma di benedizione rivolta al mondo e, di conseguenza, la condizione
del senso condivisa da tutti gli idiomi: liberare dal malinteso
il senso nascosto, dire Vesultanza che è all'origine delle lingue.
Novarina esulta, anche nella collera.
La lingua contro la morte
Antonin Artaud scrisse questo enigma:
"Non si muore perché si deve morire. Si muore perché è una
piega alla quale un giorno sì è costretta la coscienza, e nemmeno
tanto tempo fa".
Se la morte è una brutta piega/ si
insinua un dubbio su cosa siano le nostre vite. Forse siamo già
morti, o non ancora vivi, in mancanza di una vita migliore... o
per cecità nei confronti di quella che è la vera vita?
La voce d'ombra
... Fonte di Vita, figura impossibile
da vedere coi nostri occhi...
[...]
L'Uomo di terra
Ho paura d'essere tenuto in vita al
posto del mio cadavere...
[...]
La donna seminale
Incarnazione è il mistero del qui-giace
da cui poi bisogna andarsene-e-partire...
[...]
L'Uomo di terra
Proprio mentre me ne andavo in giro
tutto solo col mio corpo attraverso la morte, sono
resuscitato parlando.
Orfeo nel mondo presente
L'aforisma LXXXIX di Pendant la matière
enuncia:8
Le lingue sono iniziate; la parola
mai, neppure con l'uomo. La parola che passa; che attraversa. Viene
da molto più lontano di noi...
Si tratta del LOGOS greco o del VERBO
evangelico? Novarina non è così esplicito, perché non scrive mai
se non in relazione alla sua personale esperienza del linguaggio.
Nella stessa opera (aforisma XLIV), ci ingiunge di sentire il movimento
di apertura del tempo... Segue una listalitania da Jean Chantant
a Jean d'ìd. Viene da pensare a San Giovanni Crisostomo, ma nulla
è profetizzato in questo testo se non la lista dei nomi, i "Jean",
come dire "Gente", noi stessi nella moltitudine, rinviati
alla nostra personale esperienza del linguaggio, alla nostra personale
verità di parola. Ci tocca accettare di perderci in questa accumulazione,
di essere uno tra i tanti; l'evocazione óe\\'Apertura del Tempo
si oppone a quella chiusura del tempo che sarebbe l'apocalisse.
Ancora una volta, ogni volta, in ogni libro di Novarina, il mondo
è convocato ora. Come nell'aforisma XL:
"II mondo intero può essere
chiamato all'interno dì una parola".
Ciò porta molto lontano, perché il
rapporto tra parole e cose risulta rovesciato, quando l'attore novariniano
entra in scena:
"L'attore parla ai sassi e ricorda
alla materia che essa sta dentro le parole".
Riconosciamo il mito di Orfeo, ma
rovesciato: non è il canto a convocare rocce, alberi, piante, animali
verso colui che canta, ma l'essere cantato, la voce, il senso e
il suono a scoprirsi restituiti alla loro origine naturale.
C'è, nel parlare novariniano, restituzione
della parola al mondo, conciliazione e non più disgiunzione tra
suono e senso, tra parole e cose, perché sono le cose stesse a convocarci.
E' un atteggiamento raro negli scrittori
contemporanei. Non presuppone un'innocenza beata quanto piuttosto
la convinzione che l'autenticità della parola possa essere preservata,
che la vita possa risultarne cambiata.
La parola dell'Uomo di Novarina non
è un gergo decomposto dalla colpa, dìstrutto da pretese analoghe
a quelle di Nemrod, ma una parola poetica in cui si ricompone il
puzzle del mondo, a partire da questa intuizione: il mondo è vivibile,
ma diversamente.
Ultimo aforisma di Pendant la matière:
"Cercare una mano più veloce
dello spirito".
Sette anni più tardi, l'Uomo di Terra
gli fa eco:
"L'organo del linguaggio è la
mano; la terra delle parole: eccola; perché il linguaggio umano
è raccolto dal suolo".
Ci troviamo allora nel Giardino di
riconoscenza e sul manifesto della rappresentazione (primavera 1997,
Théàtre de l'Athénée) c'è la foto dì una mano di terra in controìmpronta
sul terreno; la mano, la lingua: è la duplice promessa antropologica
iscritta nelle nostre origini. E' l'enigma da decifrare.
[traduzione di Donata Feroldi]
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