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Jean-Marìe THOMASSEAU.
- Hege/, nell'Estetica, afferma che bisognerebbe, rinchiudere i
testi teatrali in cassaforte lasciandoli sotto forma di manoscrittiservendosene
soltanto nel momento in cui si voglia mostrarli in scena, perpreservarne
lo slancio, la vivacità, per evitare che diventino prematuramente
deitesti letterali, irrigiditi, chiusi su loro stessi, offerti a
tutti e a tutte le interpretazioni.Qual è la sua posizione sull'argomento,
e più in generale sul posto che hanno iltesto e il libro nella sua
scrittura teatrale?
Valére NOVARINA. - Non si deve opporre (a scena
al libro: sono tanti gli attoriche non lasciano uscire dalla bocca
nient'altro che un linguaggio morto, cheripetono meccanicamente
la vita imitata- invece ci sono dei libri vecchi diseicento o milleottocento
anni fa che zampillano di vita non appena li apriamo eprestiamo
loro silenziosamente il nostro respiro. Tra il libro e il lettore
c'èincarnazione, lotta fisica, incrocio respiratorio- come a teatro.
I Pensieri diPascal, Bradamante di Garnier, i Salmi, gli scritti
di Cingria, non appenaprestiamo loro un po' del nostro corpo, sgorgano:
sorge una danza, si opera nellenostre mani una resurrezione miracolosa.
Sono testi in squilibrio: sepolti nellebiblioteche, hanno conservato
intatta la forza, il brio del pensiero, del cammino,della respirazione.
Quanto all'attore, non è qualcuno a cui basti gesticolare
qua e là per darel'impressione di vita o avere delle esitazioni
nell'eloquio per dare l'impressione diverità- ma è il più profondo
dei lettori. Il lavoro della memoria lo fa scendere, lotrasporta
nei sotterranei inesplorati, nelle strutture sepolte; conosce l'architetturasegreta
del testo perché lo impara a memoria. Senza questa conoscenzasomatica
impressa dentro di sé, non potrebbe ricordarsi nulla. La scena sul
palco differisce pochissimo dalla scena mentale.La scrittura teatrale
è l'esatto contrario di una scrittura spontanea per darel'impressione
di vita. La spontaneità non genera altro che qualcosa di meccanico.
E' necessario un lavoro meticolosissimo, scrupoloso-
come se la vita fosseraggiungibile soltanto attraversando delle
cose morte; bisogna disporre con curale più piccole cose perché
il testo suoni vivo. Tutto conta: la tipografia,l'impaginazione,
la punteggiatura; è attraverso i dettagli che il testo esercita
lasua forza operativa. Movimento e emozione sono tenuti prigionieri
dalladisposizione dei capoversi, delle rime e dei punto e virgola.Perché
il campo della pagina agisca, operi lo spazio, sia un teatro d'attrazione,
loscrittore ritocca senza sosta, così come l'attore prova: sempre
"a caldo" e come"affrescando". Cento volte il
testo è respirato di nuovo. E' un esercizio al tempostesso estremamente
fisico e estremamente spirituale... Nicodemo l'Agiorita,monaco del
monte Athos, ha tradotto gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyolacon
Pneumatika gymnasmata. Ecco un magnifico ritorno al corpo... "Ginnastica pneumatica"
è quello che fa l'attore ogni giorno: somatizzare e rendere la carne
luminosissima. Mostrare come la luce venga dal basso. Un'illuminazione
dadentro, una luce che emana. E' uno strano movimento- e un capovolgimento
ditutto quello che si credeva sapere- che provano e sperimentano
ogni giorno gliattori, i mistici e gli innamorati... Dato che ginnastica,
in greco, viene da nudità, sipotrebbe proseguire per la strada aperta
da Nicodemo e spingere alla deriva gli, esercizi spirituali fino
allo spirito di nudità, fino al respiro nudo... Ci siscontrerebbe
così facendo con tutto quello che la nostra epoca intende persessualità
e col dogma che diffonde con questa parola.
- Restiamo
ancora nel campo specifico del libro e della lettura a proposito
di questa "ginnastica pneumatica". Che ruolo attribuisce
alle letture pubbliche che fa delle sue opere? L'ho vista e sentita
più volte leggere i suoi testi, e ho pensato allora a ciò che ha
detto una volta, che il teatro è un "precipitato" della
lettura. Pensa che sia lo stesso precipitato per un lettore anonimo
e solitario e per lei, quando fa una lettura del suo teatro? E,
inoltre, tale lettura è un passaggio obbligato perla sua scrittura,
un esercizio necessario?
- Il teatro condensa il libro nello spazio, lo
precipita nella materia, lo fa cadere.Sul palcoscenico il libro
si svuota. E' una specie di incarnazione comica ecatastrofica alla
quale assistiamo.Molto diverso è il testo a seconda che sia letto
in silenzio da una persona sola,letto a alta voce dall'autore immobile
che tiene il copione, o liberato nello spazioda un gruppo di attori:
cambia ogni volta, come una foresta che si torni a vedere.Il dramma
del linguaggio ci trascina sempre nello spazio discontinuo.Contrariamente
agli animali che immagino più stabili e perpetuamente sullostesso
suolo- noialtri uomini abbiamo di fronte solo qualcosa di discontinuo:dobbiamo
attraversare svariati mondi ogni giorno e quasi a ogni respiro.
Ci sonole bestie stabili e ci siamo noi, i parlanti, che siamo degli
"animali da traversata";delle creature pasquali, dei praticanti
del salto e dei resuscitanti. E' stato illinguaggio a renderci inaderenti,
inadeguati, impossibili- e non di qui. NellaBibbia, la parola ebrei
designa nell'etimologia "coloro che non sono di qui".Oggigiorno
il linguaggio regredisce, si comprime e si ritrae, e noi abbiamocominciato
a diventare degli animali senza parole. Il teatro ancora una volta
ciriunisce per assistere all'esercizio rischioso del linguaggio.
Uno sport pericolosoche ci verrà presto proibito perché siamo condannati,
costretti, sempre più, amangiare tutti la stessa realtà nella stessa
mangiatoia. E a ruminare tutti allo stesso ritmo...
Ci ritroviamo a teatro per provare la gioia e la sofferenza di cogliere
sul vivo il linguaggio, ancora una volta. Il teatro è una
forma incandescente di lettura: veniamo qui a vedere il drammabruciare
insieme corpo e linguaggio. Il teatro è un luogo focale e una sorta
dicrogiolo. E' sul dramma stesso della materia che si apre, ogni
volta, il sipario.
Non su delle storie umane, come si pensa.
- Le/ è consapevole che
con questo atteggiamento manda un po' in frantumi lecategorie abituali
della percezione teatrale- quella, almeno, che siamo abituati avivere?
- Sì. Cerco la quadratura del linguaggio: un luogo
atopico, un tempo reversibile,una lingua in tutti i sensi, un corpo
disfatto. In una sala teatrale, alla fine dei conti, è il corpo
dello spettatore a essere disseminato, reso di nuovo sparso e pieno
di spazio, reso al vuoto, ridato da mangiare al vuoto, consegnato
e rilasciato; lospettatore è la vittima e ha l'anatomia offerta.
L'attore è solo il sacrificato inapparenza; in realtà è il corpo
dello spettatore a venire frazionato, diffratto comese il teatro
fosse la sede di un sacrificio ottico.
Sì, viviamo in gruppi, in costellazioni, e come
ha detto con tanta forza Marx: "Lasocietà non è composta da
individui ma da rapporti." Ma il teatro ci dice anchealtro:
che il personaggio stesso è una scena. L'individuo è un falso atomo:
è eglistesso plurale, si divide. Egli è la scena di un dramma, il
teatro del linguaggio.
L'atomo umano è la persona: e questa parola è magnificamente
vuota.Descrivo la lotta delle lingue ma anche la lotta della lingua
di uno e l'effettopolverizzante del linguaggio d'uno solo che può
negare tutto, ridurre il mondo inpolvere: negare addirittura il
fatto di parlare. Da ogni situazione e anche dallafossa della morte,
la parola ci salva. E' più forte di tutto. Noi siamo, tra i vedenti(gli animali con
gli occhi) gli unici a poter dire: "Non diamo troppa importanza
almondo visibile. Cerchiamo di essere contenti dell'offerta, del
sacrificio unico e delsalto che ciascuno di noi esegue al momento
della morte." Siamo gli unici animaliin cui ci sia qualcosa
da uccidere. Simone Weil scrive: "Non possediamo nienteal mondo-
perché il caso può toglierci tutto- a parte il potere di dire io.
E' questoche bisogna dare a Dio, ovvero distruggere." Qui la
cosa è formulatacristianamente- ma si potrebbero trovare alcuni
passaggi nel Tchouang Tseu chenon se ne allontanano molto. C'è nell'uomo
qualcosa da distruggere, bisognariconoscerlo. E' forse quello che
viene a fare l'attore sul palcoscenico:distruggere qualcosa dell'uomo.
Ma ci sono diverse vie: quello che la culturaoccidentale ottiene
col sacrificio, l'orientale lo trova con l'abbandono.
Ne L'Orìgine rouge, a partire dalla scena della
tempesta pronominale in cuicompare e gira in tondo un satanico sciame
di lo, grappoli di umani, si vedonotutti i personaggi sacrificati
uno a uno...
E, per finire, c'è nella Cronomachia che chiude
e apre il libro e lo spettacolo unasorta di cerimonia e di offerta
vorticosa. Questa offerta ha luogo attraverso ilmosaico, il contrappunto
stretto di piccole battute pronunciate dai solisti degli attiprecedenti.
A teatro come al circo il sacrificio ha luogo nei dettagli.
- Lavora la scrittura
come una materia? Costruisce un'estetica del traboccamento
che esula da tutte le categorie formali?
- All'età di diciotto anni ho avuto una strana
illuminazione sfogliando da cima afondo una grande tesi misteriosissima
su Un coup de dès di Mallarmé. L'autore,mi sembra fosse Robert Green
Cohn... D'un tratto, nella biblioteca Saint-Geneviève, mi è parso
di trovarmi all'incrocio del dramma del corpo e dellaparola. Al
crocevia dei contrarr la pagina piatta del libro e la pagina carnale
delteatro, in volume. Nella croce dei contrari c'era da cogliere
un'unitàincomprensibile. Quello che cerco oggi nel corpo vuoto dell'attore
è l'uomo fuoridi sé. C'è un sacrificio comico dell'attore... Louis
de Funès è una figura delSalvatore? In ogni caso, è una figura del
Diavolo. Che è l'altra metà delSalvatore.
- Kierkegaard nella sua
opera intitolata La Ripresa o, secondo altre traduzioni, LaRipetizione,
avvicina l'idea di ripetizione all'ispirazione comica e di conseguenzail
comico alla metafìsica. Abbiamo infatti l'impressione che il suo
lavoro, manomano che avanza, faccia dialogare sempre di più il comico
con la metafisica.
- Siamo caduti in terra, stupiti di esistere, sorpresi
dal linguaggio... C'è in lei, inme, il ricordo di una caduta e lo
stupore comico di nascere, ovvero di cadere daun corpo in un altro.
Dovere improvvisamente aspirare l'aria, e dovere farerisuonare con
un grido la nostra voce nello spazio. L'ebetudine, la siderazione
diritrovarsi in qualche modo all'interno di un involucro corporeo
interno all'universo;ci ricordiamo, a ogni respirazione, questo
oltrepassamento di un limiteincomprensibile.
Sul palcoscenico teatrale la caduta umana risuona
più forte che in qualunquealtro luogo. C'è una scena straordinaria,
è quella in cui Sganarella, di fronte aDon Giovanni, costruisce
un'architettura teologico-filosofica, si confonde neipropri ragionamenti
e si stende a terra davanti al padrone, ottenendo questarisposta:
"Bene, ecco che il tuo ragionamento s'è rotto le corna!"
Un'altraUrszene, un'altra "scena primitiva" è quella in
cui Rousseau, nella secondapasseggiata delle Réveries, cade investito
da un cane, perde conoscenza e sisveglia stupito di trovarsi lì:
"Lo stato in cui mi trovavo in quell'istante era tropposingolare
per non descriverlo. Scendeva la notte. Scorsi il cielo, qualche
stella, eun po' di verde. Questa prima sensazione fu un momento
delizioso. Mi sentivoancora soltanto lì. Nascevo in quell'istante
alla vita, e mi sembrava di riempirecon la mia leggera esistenza
tutti gli oggetti che scorgevo..." La caduta è all'iniziodi
tutto: non c'è illuminazione, non c'è privazione, non c'è vera preghiera
senza,prima, una caduta comica che riunisca d'un tratto nascita
e morte. E' in questomodo che il teatro deve insegnarci di nuovo
a mordere la polvere.
- Recentemente, durante
il colloquio di Valence che le era dedicato, ha usatol'espressione
"rìso battesimale".
- L'umorismo unisce e stabilisce una complicità,
il comico taglia i ponti spalancavoragini; l'uno lega, l'altro
libera. L'umorismo è a volte satanico, ma il comico èbattesimale:
il primo ci scuote di sogghigni, il secondo ci precipita nel riso.
Il risoè uno spasmo respiratorio, un rovesciamento che ci permette
di non morire dicontraddizioni: tocca i limiti della ragione, sperimenta
la fine del linguaggio, cadee si inginocchia dinanzi al paradosso,
riconosce i limiti dello spirito umano. Nonl'ho mai considerato
come satanico ma terapeutico: cura, ci lava- e in questosenso ha
qualche cosa a che vedere con il battesimo. Rigenera lo spirito
con lasua brusca ondata; rinnova d'un tratto le forze psichiche...
Il comico è unrinnovamento: disorienta, stabilisce altri ponti,
taglia il vecchio cammino, trovadelle scorciatoie, opera dei corto-circuiti,
collega la realtà diversamente, lega illinguaggio al contrario e
attraversa i muri. Viene a mettere a nudo le più granditensioni
del pensiero- e in questo senso si ricollega all'esercizio spirituale.
La forza della tradizione orientale, rispetto a
quella occidentale, è forse l'averecapito che il riso può essere
fonte di santità. Certi monaci giapponesi sannopraticare
una saggezza, esilarante. Ma anche certi monaci di qui: ne
conosco unoche saluta il Cristo, ogni mattino, come un acrobata
che è riuscito a fare il piùdifficile di tutti i salti e trova comica
la morte e la caduta di Adamo- ride persinodel dogma cristiano:
un giudaismo impazzito. Credo quia rìdiculum, credo quiarìdendum
est. "Credo quia ineptum" scriveva Tertulliano: "Che
il figlio di Dio siamorto, è assolutamente credibile perché è insensato.
E che sepolto siaresuscitato è certo, perché è impossibile."
Può essere! una comicità violenta nellapreghiera, una grande freddezza
nella carità ardente e una liberazione neldogma. Al fondo dello
spirito c'è un rovescio, un rovesciamento respiratorio, unpunto
di libertà in cui tutto si inverte; è salutare che ci sia dentro
di noi, nel cuoredella nostra psiche, e forse addirittura in fondo
al corpo, un centro vuoto chesfugge alla tirannia logica.
- Non solo lei sembra
fare sempre più spesso ricorso alla comicità, ma anche alla musica.
E' vero?
- Sin dall'infanzia ho passato sicuramente più
tempo a ascoltare attentamente lamusica che a leggere. L'Ari de
la Fugue, Oum Kalsoum e il Venerabile Torrentedi Miele ( è il nome
di un'orchestra tradizionale dell'isola di Java) tutte questemusiche
che non sapevo ne leggere ne suonare sono state un nutrimentoquotidiano...
E' attraverso la musica che si impara a poco a poco a vedere lospazio
diversamente, a seguire il dramma sotto le parole, a sentire il
linguaggiocome una dinamica fugata. La musica scava
uno spazio e fa capire una nuova lingua. Siamo stupiti e confrontati
d'improwiso a altro. Mi aspetto dalla musica unrinnovamento
della vista, non un piacere per l'orecchio. E mi aspetto dalla pitturanon
una gioia per gli occhi ma un attacco al linguaggio e un rovesciamento
delcorpo. E' quello che ho sentito l'altro giorno, a Madrid, di
fronte al Giardino delledelizie di Jéròme Bosch: attraverso quella
miriade di scene, quella divisione dellospazio all'infinito, quell'incastro
di tutto, quelle mille azioni irrappresentabili,Bosch, l'uomo di
Bois-le-Duc, destabilizza dentro di noi i fondamenti dellinguaggio,
suona l'allarme nelle zone di Broca. Stessa percezione improvvisa
esimultanea dell'ordine e del caos, stessa sensazione folgorante
di fronte a certilavori di Dubuffet: Panico nella materia! panico
nella materia!
- E' passato con naturalezza
dalla musica alla pittura, come se per lei ci fosseun'identità di
linguaggio con una semplice differenza di natura.
- Musica, pittura, testi, tutti i linguaggi ci
tessono e ci rendono al loro interno,come nell'architettura che
ci trascina via e della quale non siamo mai spettatori.
Non siamo davanti a un'opera, "partecipiamo
al viaggio". Come dire? Nell'ascolto attento della pittura,
nella visione, in scena, dell'esercizio pericoloso della parola,rifacciamo
l'esperienza spaventosa del caos, siamo decomposti. Il teatro è
unluogo di perdizione. Il luogo della disfatta umana, il luogo in
cui veniamo insiemea decostruirci. E' un luogo comune in cui ci
riuniamo per fare esplodere tutti iluoghi comuni. L'attore milita
contro tutto: contro le nozioni di psicologia, disociologia, contro
il linguaggio appreso, contro ogni sapere sull'uomo. Ilpalcoscenico
è il luogo di una tabula rasa.
Il teatro ci presenta l'uomo in anatomia aperta
e le vie e i circuiti del linguaggioofferti alla vista. Vi vediamo
le forze della parola agire lo spazio come fossero leforze stesse
della natura- o il loro doppio. Da qualche anno non riesco a liberarmida
un'ossessione: un testo, che andrebbe argomentato con cura, sulle
similitudinitra linguaggio e geologia. Quando parliamo ci sono degli
strati, dei massi erratici,dei sedimenti, dei sollevamenti di montagne,
dei canali sotterranei, delle falde,delle ondulazioni e degli sprofondamenti;
c'è un dramma quasi geologico e unatettonica della parola. Il linguaggio
mima la natura. Raffigura le cose nel sensoche mima la fisica.
Così come le parole non hanno senso in se stesse
ma solo attraverso la loroposizione in un campo di forza- allo stesso
modo non esistono veramente dellecose, degli oggetti: ma una realtà
ondulare, pulsiva, respirata. E' la dinamica, ilsistema intero,
l'economia del linguaggio- e non la parola- a condurre alla cosa.
Una meccanica focale, pluridirezionale e reversibile.
La materia, nel suo incrocio di onde e nella sua
inquietudine ritmica, potrebbeapparire un giorno come un dramma
parlato. Scommetto e ho la certezza senzaprove che il linguaggio
è l'analogo della natura; cosicché la grammatica, lafonetica, la
fonologia, l'etimologia e tutta la linguistica, alla fine dei conti,
fannoparte della fisica. Non siamo tutti fisici ma possiamo tutti
saperne di più sullanatura osservando attentamente il funzionamento
del linguaggio e la maniera incui scatena delle forze, dentro di
noi e nel mondo esterno.
L'esperienza dei sensi- se si è capaci di attenervisi,
se si è capaci di seguirlaveramente da vicino- si ricongiunge all'ultimo
stato della scienza, nel senso cheanch'essa volta le spalle a tutte
le nostre abitudini e modi di pensare.
Bisogna andare oltre: per scivolamento, sostituzioni
progressive, slittamenti, permovimenti di parole, siamo sottoposti
alla tettonica del linguaggio, oscilliamo esiamo spostati insensibilmente:
un diritto sostituisce l'altro- il diritto romano, ildiritto anglo-sassone...-
insensibilmente, come un suolo che cambia poco a pocosotto i nostri
piedi. La storia avanza per slittamento di parole, sillabe che siagglutinano,
lettere che si confondono. Siamo i giocattoli delle parole, sottopostiai
loro movimenti erratici. Perdiamo giorno dopo giorno la padronanza
dellinguaggio- e è lui che ci agisce. Il linguaggio è l'attore della
politica. La Storia,forse, è molto meno opera degli uomini di quanto
si creda. Marx analizzava lastoria secondo i cambiamenti dei modi
di produzione, oggigiorno sembra cheessa abbia raggiunto la fase
logocratica, alfabetica: viene prodotta da una parolabuttata lì,
da una lettera di troppo, da una parola che sfugge. La Storia, oggi,
èun prodotto del linguaggio. Il padrone è lo speaker, il giornalista:
Signore eclown, è egli stesso il giocattolo delle parole che pronuncia...
Non siamoassolutamente "alla fine delle ideologie" come
ci viene incessantemente ripetuto,ma nel loro pieno trionfo e nell'epidemia
ultrarapida di una qualunque tra esse: leparole ci trascinano con
loro precipitosamente.
La linguistica descrive il nostro suolo, come la
geologia. La lingua è la nostraterra, la nostra carne. L'attore
la indossa come allucinante materia umanadinanzi a sé. Il linguaggio
è materia umana e materia delle cose: delle forze, ungioco
di energie. Non uno strumento al nostro servizio. Credo che tutto sia fatto di
linguaggio, così come il panettiere crede che tutto sia fatto di
pane. Nienteesiste senza linguaggio- è il teatro di tutte
le forze. Nell'aria- o nel vuoto dellasede inafferrabile del pensiero-
testimonia la violenza dell'apparizione; si ricordadella nascita
di tutto; chiama e fa apparire di nuovo; presenta il mondo nascete-ci
rende consapevoli, al tempo stesso, che "il primo istante continua
a durare" eche ce ne andiamo via con lui.
- Sembra che una delle
maggiori tensioni dei suoi scrìtti sia una sorta di ricerca difusione
tra la lettera e lo spirito.
- Sono due elementi che non contrappongo. Ribaltiamo
la formula abituale: Lospirito uccide ma la lettera vivifica. Bisogna
ritornare alla lettera, andare il piùvicino possibile e toccare.
In scena è la lettera a respirare, è il respiro a scrivere.
L'attore lancia i suoi antropoglifì, emette e semina
lettere nello spazio. Molière,Shakespeare, Jarry gli preparano delle
parole perché le bruci e faccia delledanze. In scena il respiro
si imprime, lo spirito si scrive.
- Potremmo paria rè ora
del suo lavoro di regista, delle tecniche cheaccompagnano la scrittura
e che spesso ne fanno parte? Come usa, adesempio, la sua scrittura
didascalica, le sue indicazioni di messinscena? In chemomento le
redige?
- Ne L'Atelier volani le indicazioni sceniche sono
ancora piuttosto funzionali emeccaniche; a partire dal Babil des
classes dangereuses si sviluppanomaggiormente, descrivono un luogo
di utopia e finiscono per erigere un teatroimpraticabile; ne La
Lutto des morts si sono come infiammate e, travolte daldramma, bruciano
dello stesso fuoco delle battute; ne Le Orarne de la viesostengono
l'architettura del libro, tessono il suo ordine e il suo groviglio;
inseguito (L'Espace furìeux, Vous qui habitez le temps, L'Operette
imaginaire,L'Orìgine rouge) le ho condensate: "Portano la tomba
del mondo." "Un uomoentra uscendo." "Si diffonde
l'uragano dei nomi." Le didascalie sono allora comedelle pietre,
degli enigmi lasciati lì, dei sassolini d'antimateria drammatica,
deicartelli che indicano un impossibile passaggio all'azione. Rappresentazioneproibita.
Questi ordini, condensati fino a diventare ineluttabili, gli attori
li ricevonocome degli impulsi: a volte vedo sorgere una danza da
Laurence Mayor, unasmorfia misteriosa da Dominique Pinon. da Valére
Vinci un balzo animale- tuttosuscitato da una di queste brevi frasi
lasciate lì in corsivo e in margine al testo. Oggi tendo verso il
rebus. Sulla pagina, un oggetto senza essere nominato ècatturato
dal linguaggio; in scena passa alla velocità di una parola. Scrivo
con lecose, ma esse non sono per forza presenti. Il linguaggio si
incontra stranamentecon gli oggetti e gli atti- la scrittura prende
consistenza, li trascina nel suomovimento. Come
senza intervento umano. L'emozione, il movimento del linguaggio
lascia la frase, passa d'improwiso in un cubo di legno, in un bicchiere,
in un'agata, in un manico di scopa; poi dall'oggetto ritorna in
una battuta e termina in una mano dell'attore immobile contro il
muro. L'energia del linguaggio passa nello spazio a zigzag. In questo
momento sono ossessionato da questa balistica verbale che osservo
attentamente a ogni rappresentazione. C'è un tocco del linguaggio
quando si scrive. Ho talora l'impressione di fare degli oggetti
per i ciechi, di rendere lo spettatore di nuovo cieco e di fargli
riscoprire la materia parlata come oggetto.
Ogni cosa va awicinata nel suo movimento; ogni
realtà, comprese soprattutto leparole. E' ciò che accade a volte
in una sala teatrale quando vediamo illinguaggio come un'onda che
si ripercuote, esce da una bocca, agisce in unluogo, rimbalza contro
il muro- o contro una frase che non c'è ancora, rima conuna parola
pronunciata centosessantaquattro minuti prima, gioca con il fantasmadella
battuta successiva. Perché il linguaggio agisce in tutti i sensi
e soprattuttoattraverso il vuoto, attarverso le parole che non si
dicono: attraverso la parolafantasma che è invisibile proprio perché
è la chiave di volta dell'edificio respiratodella frase. A teatro,
visibilmente, la frase agisce anche attraverso la via che nonimbocca,
attraverso il giro che evita. E' un'edificazione del vuoto, comel'architettura.
Il linguaggio, attorno a noi, perde ogni giorno
un po' di più il suo volume, e ilpensiero la sua respirazione: le
svolte respirate, i cammini di traverso, le curvesono proibiti;
tutto va verso il lineare, la frase a sette parole, verso una linguapiatta,
uniforme, ripetitiva, fatta interamente di parole feticcio e slogan,
una linguaincapace di restituire il dramma del pensiero, di sviluppare
le sue volutecontradditorie. Con l'espansione universale di un pensiero
binario, di un ritmo adue tempi, il manicheismo moderno si diffonde
e invade tutto il pianeta. Come seoggi al nostro pensiero e al linguaggio
umano mancasse il respiro; come serespirare, andare in fondo alla
frase, attraversare l'annegamento, rovesciare leparole,
capovolgere il senso, bruciare il linguaggio con il nostro corpo,perdervisi,
ci fosse proibito. Tutto deve essere in superficie, sovrailluminato,senza
nessuna ombra, senza volume, presentato sotto il profilo migliore
e invendita: con etichetta, istruzioni per l'uso, prezzo e riassunto
del contenuto...
Bisognerebbe forse, un giorno, forgiare la parola
crematocrazia o reocrazia-tanto siamo sottomessi alle cose, attraverso
una propaganda martellante.
Al contrario di tutto ciò, il rifugio temporaneo,
la casa prowisoria, la dimorafragile della scena è un luogo dove
potere reimparare come respira il linguaggio.
Il teatro è una lezione di pensiero nello spazio,
una lezione di incarnazione, dimaterialismo e di umiltà: ci aiuta
a non dimenticare completamente il gusto della terra in bocca quando
parliamo.
- La ricerca continua
della sfumatura del linguaggio per meglio esprìmere l'uomo
fa di lei un umanista?
Per parodiare un titolo celebre: il novarìnismo è unumanesimo?
- Assolutamente no. Oppure, mi classifichi se vuole
nella categoria neo-althusseriana degli adepti dell' "antiumanesimo
teorico", o nella settacarnevalesca degli "antropoclasti".
Faccio parte di coloro a cui resta in gola, altermine di ciò che
chiamiamo "il telegiornale", la truffa della religione
umanitaria-e il suo opposto o l'altro suo volto: il culto idolatrico
degli oggetti... Umanista, no.
Esco dall'uomo. Cerco un disadeguamento,
un'inaderenza degli attori al linguaggio, allo spazio, al corpo
e all'uomo; faccio inciampare. Fare inciampare l'attore sulla soglia
del teatro, per metterlo in moto; inciampare su una parola per parlare.
Ogni azione nasce da uno squilibrio.
Ho sempre praticato il teatro
come un luogo di spersonalizzazione della scrittura. Sul palco bisogna
fabbricare un'antipersona, un anti-uomo sperimentale. Spingere l'uomo
fuori di sé, fargli portare fuori il linguaggio. L'uomo d'un tratto
furioso, forsennato, gettato fuori dal linguaggio. E' un
esercizio exantropico. Unesercizio comicissimo e violentissimo al
quale l'attore si abbandona nella suatranse fredda, nella sua passione
apatica: viene a rappresentare di nuovodavanti a noi la disfatta
dell'uomo. Se il corpo dell'attore è glorioso, è perché è uncorpo
disfatto. Corpo aperto: tutto il linguaggio per
terra. Tutto il suo interno (illinguaggio) è per terra. La
scena è un luogo che permette di praticare-misticamente e misteriosamente,
in pubblico, davanti a tutti e dentro se stessi- ladisfatta dell'uomo.
- Per
concludere, potrebbe panare del suo incontro con Claude Buchvaid?
Illavoro di Claude Buchvaid ha cambiato lo sguardo che rivolge
ai suoi testi, e inche modo?
- Il lavoro di Claude Buchvaid- che ha ridato vita
a Vous qui habitez le temps, poimesso in scena per la prima volta
Le Repas, L'Avant-dernier des hommes,L'Operette imaginaire- mi ha
aiutato a ritrovare il gusto del teatro della miainfanzia: di Molière
che recitavo al liceo, di Labiche che ho letto integralmente edel
teatro itinerante che giungeva ancora da noi in Savoia attraverso
Gugussedella Lotteria Pierrot. Le devo molto. Le devo molto- a lei
e a Christian Paccoud:un musicista sentinella, un angelo-m usicista,
quasi invisibile in scena e cheaccompagna l'attore nella sua comica
passione, uno che sente la musicaprigioniera del nostro linguaggio
e che viene a liberarla.
Come Andre Marcon che ha dimostrato un giorno,
corporalmente, che LeMonologue d'Andramélech, scritto dieci anni
prima, era vivo, Claude è statacapace di prendere il testo alla
lettera, di lasciare operare le parole. Marconripeteva in continuazione:
"Bisogna farlo!"; Claude diceva ai suoi attori "No
socosa voglia dire: fatelo." La luce viene dall'azione, dallo
spiegamento della parolanello spazio. Non vanno date spiegazioni
prima: il linguaggio non è inteso chequando è agito. La frase è
opaca fino a che non viene respirata dall'attore. Certerappresentazioni,
realmente, rivelano il testo come in fotografia e vengono adargli
un senso ben preciso- ma impossibile da riassumere, da dire diversamenteche
in dramma.
In Occidente il teatro è uno dei luoghi in cui
sembra essersi rifugiato il sapere delcorpo- che tanto dimentichiamo.
Tutta l'intellligenza ci viene in un certo modo dalbasso: dalla
psicologia dell'attore, dal modo in cui i suoi piedi sono posati
interra, dalla carne del dramma, dalla materialità delle parole,
dalla materia deltempo sperimentato insieme. A teatro si sperimenta
un altro modo di pensare, unpensiero drammatico- che si manifesta
quasi soltanto lì. Che si manifesta solo ateatro e nella liturgia:
la liturgia comporta anche delle azioni da fare affinchè lecose
accadano per dawero. A teatro non c'è ne rappresentazione ne simulacro.
- Da qualche tempo i
docenti universitari si interessano alle sue opere e mettonospesso
lei al centro di polemiche vivissime. Qual è la sua impressione
dinanzi aqueste glosse? A suo avviso è sfuggito loro qualcosa di
essenziale?
- Certo... ma non importa. L'essenziale- come sapeva
perfettamente CarmeloBene- è ciò di cui non si parla: il centro
vuoto senza il quale non c'è movimento.Nel lavoro dell'attore l'essenziale
è la respirazione. E, durante le prove, è unargomento da evitare
accuratamente se si vuole che il respiro agisca dawero,disfi l'uomo,
disfi il linguaggio, sciolga tutti i legami, disfi lo spazio e lo
porti fuoridi sé.
pria testa, si filma notte e giorno
in primo piano, si mostra dappertutto nello stesso modo, si riduce
al viso e dimentica l'interezza del corpo, ripete di se stesso la
stessa immagine identica all'infinito- questo uomo riprodotto e
ripetuto all'infinito bisogna forse rappresentarlo ora con un ideogramma,
con una croce di bambù, con un animale al contrario, con cinque
persone contemporaneamentre, con un attore a pezzi, con un tratto
zampillante, con un passo di danza, con un tatuaggio della terra,
con una frase in meno... Nel momento in cui dilaga ovunque l'impero
dell'umanesimo obbligatorio, l'auto-idolatria- è la figura umana,
Adamo, la povera figura umana per terra che bisogna sollevare, raccogliere;
chiede di essere sempre più incavata e scavata. L'uomo chiede di
essere rappresentato fuori, messo fuori di sé, rappresentato in
danza e in autopsia. Ancora una volta messo fuori di sé. Bisogna
rappresentarlo nella sua danza e nella sua autopsia, con il linguaggio
all'esterno; bisogna rappresentarlo al contrario, aperto, nell'atto
di portare il linguaggio, di offrire davanti a sé, aperto, il suo
corpo di linguaggio.
Nel momento in cui "l'uomo",
ovunque e sempre più, si limita alla pro
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